Daniela Mandrile: “Ballare è vivere”
25 April 2026
Cuneo
Daniela Mandrile è per eccellenza colei che insegna le danze occitane. Ha tenuto seminari di ballo in tutta Italia, Francia, Spagna, Svizzera, in Uruguay, in Argentina e nei Paesi Baschi. Ha svolto e svolge attività didattica nelle scuole di ogni ordine e grado. Fa parte dell’Associazione Culturale “Lou Dalfin”. Ha collaborato con i Comuni e le Unioni Montane. Ha insegnato a ballare a centinaia di bambini in Uruguay. Ha scritto e pubblicato libri e partecipato alla produzione di cortometraggi. Il suo lavoro di insegnante si è svolto principalmente in questi ultimi anni sul territorio occitano.
Daniela tutt’ora insegna sul territorio piemontese e ligure: con lei imparare a ballare occitano non ha età.
Chi è Daniela Mandrile?
Sono nata e vissuta a Caraglio. La famiglia di mio papà era di Cervasca. Mio nonno ha lavorato nei cantieri che costruivano la strada per Castelmagno, quindi mio padre è vissuto tanti anni a Chiotti imparando a parlare l’occitano. Viste le nostre origini, mio nonno e mio papà erano conosciuti come “Pierin Sarvaschet” così anch’ io a Castelmagno per gli anziani sono Daniela “Sarvaschetta”. Da bambina avevo seguito dei corsi di danza e il mio grande sogno era poter fare la ballerina e così è stato. Negli anni ho scoperto che mio nonno paterno era amante del ballo ed era un bravo ballerino.
Una sera all’età di quattordici anni succede qualcosa di particolare…
Sì, frequentavo la prima superiore e un mattino andando a scuola sul pullman Sergio Berardo mi invita ad andare ad ascoltare presso la biblioteca di Caraglio un gruppo di musicisti del Conservatorio di Toulose. Per me si apre un mondo: questi ragazzi affabili dai capelli lunghi e orecchini suonano cornamuse, ghironde e quant’altro. Parlano della Guascogna, delle terre occitane, delle tradizioni musicali e linguistiche di oltralpe. Ne rimango affascinata. È una musica che comunica emozioni particolari, aggrega, fa stare bene. Ballo con loro tutta la sera. Ero abituata a vedere le danze occitane ballate solamente in determinate occasioni, con figuranti in abiti tradizionali senza un coinvolgimento da parte della gente. Da noi, in valle erano eventi prettamente folcloristici. Quella sera intuisco che la musica va portata alla gente, deve diventare popolare, deve poter essere ballata da chiunque.
Cos’ha rappresentato per lei l’incontro con i ragazzi di Toulose?
Erano gli anni ’80 ed è stato l’inizio di un cammino di ricerca rivolto alla musica e al ballo occitano. Sergio ha iniziato ad interessarsi allo studio degli strumenti musicali delle valli in particolare della ghironda e del semitoun. Con il motorino Sergio e io raggiungevamo le feste di paese delle valli: dalla Valle Varaita alla Valle Vermenagna per scoprire le danze popolari. Da noi esisteva un grande patrimonio costituito da numerose danze tradizionali nonché musiche e strumenti autoctoni. Alcune valli erano gelose delle loro tradizioni e mi osservavano con timore: erano restii all’apertura e alla divulgazione al di fuori dei territori montani. Non capivano il nostro punto di vista: per noi le danze e le musiche occitane diventavano un mezzo per esprimere un bisogno di aggregazione, creare socializzazione e favorire relazioni tra le persone e ovviamente salvaguardare e diffondere un patrimonio musicale che stava scomparendo con lo spopolamento della montagna. È iniziata la divulgazione della cultura occitana. Hanno incominciato ad invitarmi in tutta Italia le associazioni che si interessavano di danze popolari: andavo nei folk club ad insegnare. Ad un certo punto, Rita Viglietti, presidente della “Compagnia del Birùn” di Peveragno mi invita a fare un corso di danze a Peveragno: mi son trovata davanti cento persone! Percepivo un certo fermento, gli enti locali iniziavano ad invitarmi, c’era interesse.
Che sodalizio esiste tra lei e Sergio Berardo?
Sergio e io ci siamo sposati giovanissimi e abbiamo avuto una figlia. Il nostro amore è finito presto e ha lasciato il posto a un legame lavorativo che si è consolidato negli anni. Tutt’ora faccio parte dell’Associazione Culturale “Lou Dalfin”. La grande Orchestra Occitana è una creatura di Sergio. Quando Giacomo Allinei ha curato il film “La Grande Orchestra Occitana” ha avuto un occhio di riguardo anche per me. Paolo Ferrari ha curato il libro su “Lou Dalfin” e nella sua dedica ha scritto: “A Daniela, senza di lei questa storia non esisterebbe”. Per vent’anni Sergio ed io abbiamo organizzato gli stage a Cervasca: da Natale a Capodanno si soggiornava all’albergo San Maurizio e le giornate erano dedicate allo studio e alla divulgazione della musica e delle danze occitane. Questi momenti vedevano la partecipazione di gente da tutta Italia e dalla Francia.
Siete riusciti a riavvicinare i giovani alla cultura musicale occitana?
Direi di sì. Queste sonorità nuove hanno svecchiato e riavvicinato i ragazzi. La musica e la danza popolare non vanno sicuramente snaturate ma adattate e attualizzate. Musica e danza sono i mezzi di “esportazione” della cultura. Se da un lato contribuiscono a mantenere vive le radici di un popolo, di una comunità, dall’altra costruiscono un ponte tra il vecchio ed il nuovo. La musica occitana rivisitata, seppur suonata anche con strumenti antichi, favorisce la diffusione al di fuori delle comunità montane e aiuta l’avvicinamento dei giovani. Saranno loro a perpetuarne l’esistenza.
Lei parla di una necessità intorno agli anni ’80 di riscoperta del patrimonio locale. È stato così?
Era necessario fare un lavoro di ricerca per rendere le danze e la musica fruibili, aggreganti e alla portata di tutti. Lo spopolamento delle valli, l’apertura sul territorio delle discoteche e a volte la necessità di allontanarsi dalla cultura del passato, han fatto sì che le danze e le musiche divenissero un evento folcloristico, di nicchia da “guardare e non toccare”.
A Toulose ha frequentato, presso l’Università, dei seminari di musica occitana?
Sono stata per un periodo al Conservatorio di Toulose dove ho scoperto tutte queste danze transalpine: loro rispetto a noi avevano recuperato gran parte del patrimonio artistico locale. Ho imparato molte danze del repertorio occitano transalpino e le ho divulgate nei miei seminari in giro per l’Italia ed il mondo.
Lei aveva un lavoro stabile da dipendente?
Sì, ma a un certo punto mi sono licenziata per dedicarmi all’insegnamento delle danze occitane: ho iniziato con i progetti nelle scuole, dalle materne alle superiori. In pratica mi sono inventata un lavoro! Sono molto orgogliosa di questo passo. Non è stato facile: ha richiesto una buona dose di coraggio e passione.
Possiamo definirla un’insegnate itinerante di danze occitane?
Direi proprio di sì. A dire il vero ad un certo punto ho pensato di fermarmi e aprire una scuola di danza, ma in fondo mi sembrava riduttivo: amo viaggiare e conoscere posti nuovi, nuove realtà. E così tutt’ora divulgo la tradizione spostandomi continuamente. Mi segue fedelmente la mia cagnolina Yukj, ma soprattutto ho tanti “aiutanti” fedelissimi e preziosi che mi accompagnano nelle serate di ballo.
Cosa motiva il suo entusiasmo?
Innanzitutto l’amore per la mia terra. L’aver riportato in vita e diffuso danze e musiche del patrimonio occitano mi rende orgogliosa e mi motiva a continuare. Penso che la danza sia catartica e dia la possibilità di esprimersi. Per me ballare è vivere. Amo tutto del ballo: ha la capacità di aggregare, portare gioia ed energia positiva. Ciò che mi sta a cuore non sono i passetti perfetti ma la condivisione di momenti di allegria utili per poter diffondere e mantenere vivo il nostro patrimonio culturale e le tradizioni del nostro territorio che sono le nostre radici. Il mio desiderio era avvicinare tutti alle danze e alla musica occitana, permettere a ciascuno di poter ballare e godere di queste sonorità. Le danze occitane da balli di nicchia hanno iniziato ad essere fruibili e vive: quella gioia che avevo sperimentato a Toulose da ragazza la condivido quotidianamente con la gente nei miei corsi. Queste danze possono e devono essere ballate da tutti. È notevole vedere ballare tante persone insieme di ogni età: fino a due anni fa c’era una signora di 97 anni che ballava nei miei corsi. È meraviglioso.
Se pensa a Daniela tra vent’anni?
Ho avuto una grande maestra di ballo: Marilyne. Oggi lei continua ad insegnare. Vive a Bordeaux e ogni anno trascorriamo insieme la settimana della vacanza musicale che propongo a tutti i ballerini dei miei corsi. Lei non può fermarsi un giorno in più perché sa che l’aspettano i suoi allievi. Soprattutto sa che l’aspetta la danza. Ecco, tra vent’anni vorrei questo: avere la certezza che ogni giorno ad aspettarmi ci siano i miei allievi.