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16 aprile 2026 | Aggiornato alle 22:25

Letture, Rubriche

Il coraggio del confronto per essere ancora seme

22 March 2026

Cuneo

Il futuro chiede a comunità e movimenti il coraggio di ripensarsi. La riflessione sulla vita di queste realtà non va portata esclusivamente sul presente, perché la crisi delle vocazioni non le risparmia e diventa urgente pensare a come vivere il proprio carisma in vista degli anni a venire. Anzi per questo stesso carisma rischiano di essere meno preparate per affrontare le sfide. Il pensiero dell’autore è chiaro, spesso di un ruvido realismo. Le argomentazioni che lo sostengono sono stringenti, mosse tuttavia da un atteggiamento di comprensione e sostegno. L’avvio della riflessione è caratterizzato da una serie di affermazioni demolitrici a prima vista paradossali. “Tradire” i fondatori, anticipare le riforme, “accettare che è finita la fase carismatica”, è ciò che viene chiesto a fronte di una crisi di vocazioni. Perseverare su una linea che a suo tempo poteva essere luminosa, ma oggi appare con il fiato corto, è consegnare all’esaurimento il carisma stesso che ne è stato ricca fonte. Il saggio procede spesso per immagini. Il carisma originario non può essere la perla da custodire intatta. Deve trasformarsi in seme, confrontarsi con le urgenze del mondo e trovare risposte adeguate, che non lo snaturino, ovviamente. Come i padri fondatori hanno avuto il loro forte ruolo di guida nel passato con l’offrire percorsi di crescita, così oggi gli eredi devono “capire quale bontà di ieri è buona qui e ora”. Il ricorso alla “regola” fissa dei principi, ma non deve farsi immutabile. Dietro l’angolo c’è il rischio dell’istituzionalizzazione, mentre una comunità o un movimento sono significativi per il loro messaggio, che è attenzione e confronto col mondo. È l’immagine del titolo. Il serpente di Mosè col tempo diventa idolo e quindi va superato e distrutto. Ezechia gli sostituisce l’Arca che aveva mantenuto nel tempo il suo significato simbolico di presenza di Dio. In queste condizioni che fare? Evitare la sindrome di Lot, risponde l’autore. Quel “tradimento” così doloroso si impone, perché “i fondatori si amano tradendoli”. Una riforma non può essere vino nuovo in otri vecchi. Neppure è proficua la strada dei piccoli passi perché è un rinviare per dibattere, consultare, ascoltare. Tutti aspetti giusti, dice l’autore, ma la storia e il mondo nel frattempo procedono imperterriti. Si fa pressante il bisogno di proposte che, pur richiamandosi alle origini, siano significative per l’oggi. L’analisi, spesso urticante, risveglia domande ineludibili su vocazioni, apertura al mondo, sullo stesso “governo” delle comunità. Eppure va letta nella sincera prospettiva della salvaguardia dei loro valori fondanti restituendogli significato e parola per l’oggi. Il serpente e l'arca di Luigino Bruno Editrice Città Nuova euro 16,9