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Nel 2025 sono aumentate le aggressioni contro gli infermieri
12 March 2026
Cuneo
Oggi, giovedì 12 marzo, è la Giornata contro la violenza sui professionisti sanitari. Nel 2025 le aggressioni contro gli infermieri sono state oltre 130.000, con un aumento del 4% rispetto ai circa 125.000 casi rigistrati negli anni precedenti. Somo i numeri che emergono dall'analisi effettuata dal sindacato Nursing Up sui dati di una ricerca scientifica Cease-It coordinata dall'Università di Genova, sulle statistiche Inail e sui report regionali sulla violenza nelle strutture sanitarie.
Gli infermieri risultano oggi tra i lavoratori più colpiti dalle aggressioni nell’intero mondo del lavoro. La sanità è infatti il settore con la più alta incidenza di violenza occupazionale, arrivando a concentrare fino al 73% degli infortuni non mortali legati a episodi di violenza sul lavoro. Studi scientifici pubblicati sulla rivista internazionale "Healthcare" indicano che il 76,6% degli episodi di violenza nelle strutture sanitarie coinvolge personale infermieristico, confermando come siano proprio gli infermieri a pagare il prezzo più alto di questa emergenza. Il fenomeno non riguarda solo l’Italia, ma il confronto internazionale evidenzia una criticità particolarmente marcata nel nostro Paese.
L'Italia tra le incidenze più alte
Secondo diverse analisi comparative su studi europei e sindacali, l’incidenza delle aggressioni sugli infermieri in Italia supera il
27%, un dato nettamente più elevato rispetto a quello registrato in molti Paesi europei. Le rilevazioni disponibili indicano che in
Francia la quota di operatori sanitari che riferisce aggressioni si colloca attorno al
12% (fonte:
Observatoire National des Violences en milieu de santé – Ministero della Salute francese).
In
Germania le percentuali rilevate tra il personale sanitario oscillano tra
il 10% e il 12% (fonte: studi pubblicati su
Deutsches Ärzteblatt).
Nel
Regno Unito, secondo la
NHS Staff Survey, l’incidenza delle aggressioni dichiarate dal personale sanitario è attorno al
15%, mentre nei
Paesi Bassi il fenomeno riguarda circa il
7% del personale sanitario, secondo studi europei sulla workplace violence in healthcare.
Il confronto mostra quindi come l’Italia presenti una delle incidenze più elevate di aggressioni contro infermieri e professionisti sanitari nel panorama europeo. A livello globale il fenomeno è riconosciuto anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), secondo cui tra l’8% e il 38% degli operatori sanitari subisce violenze fisiche nel corso della carriera, mentre includendo minacce e aggressioni verbali la quota può arrivare fino al 70% del personale sanitario.
Violenze nelle corsie in crescita nell'ultimo anno
Nel nostro Paese il fenomeno mostra un trend in costante crescita. L’analisi Nursing Up basata su Inail, studio CEASE-IT e confronto con report regionali sulla sicurezza negli ospedali indica che nel 2025 il numero delle aggressioni supera i 130.000 episodi annui, confermando l’aumento rispetto alle rilevazioni precedenti. "La violenza contro infermieri e professionisti sanitari non è più episodica - afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up -. I dati indicano una crescita costante del fenomeno e un’incidenza che nel nostro Paese è tra le più alte in Europa".
"Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto una dimensione nuova e più pericolosa, per non dire drammatica - dice il segretario nazionale di Coina, sindacato delle professioni sanitarie, Marco Cecarelli -. Non siamo più di fronte soltanto a episodi di tensione o aggressioni fisiche improvvise. In alcune situazioni si arriva a minacce gravissime: infermieri del 118 costretti a intervenire in contesti di forte rischio, personale sanitario minacciato con coltelli o armi da fuoco, pronto soccorso trasformati in luoghi dove la violenza può esplodere in qualsiasi momento".
“La violenza contro gli operatori sanitari è diventata una vera emergenza nazionale e non possiamo più limitarci a commentare l’ennesimo episodio dopo che si è verificato - dichiara Gianluca Giuliano, segretario nazionale della Ugl Salute -. Chi lavora negli ospedali, nei pronto soccorso, nelle strutture territoriali e sui mezzi di emergenza non può continuare a svolgere il proprio servizio con la paura di essere aggredito”.
Psichiatria, Pronto Soccorso e 118 le aree più a rischio
Le aggressioni contro infermieri e professionisti sanitari non sono distribuite in modo uniforme all’interno del sistema sanitario. Alcuni contesti risultano particolarmente esposti, soprattutto quelli in cui gli operatori si trovano a gestire situazioni di forte tensione emotiva e clinica. Le analisi basate su dati Inail, studi scientifici e osservatori regionali sulla sicurezza in sanità indicano che al primo posto per numero di aggressioni si collocano i
reparti psichiatrici, dove si registra circa il 36% degli episodi di violenza. Si tratta di contesti in cui il personale sanitario opera spesso a stretto contatto con pazienti in condizioni di forte instabilità clinica o comportamentale.
Al
secondo posto si collocano i pronto soccorso, che concentrano circa
il 28% delle aggressioni. Qui il rischio è alimentato da sovraffollamento, tempi di attesa prolungati e situazioni di forte stress per pazienti e familiari.
Il
terzo ambito più esposto è rappresentato dai servizi di emergenza territoriale, in particolare il
118, dove si registra circa
il 14% degli episodi di violenza. In questi casi gli operatori si trovano a intervenire direttamente nei luoghi dell’emergenza, spesso in contesti imprevedibili e senza le condizioni di sicurezza garantite all’interno delle strutture ospedaliere.
Il rischio di aggressioni aumenta nelle ore notturne, quando in molti ospedali gli infermieri si trovano a lavorare con organici ridotti e senza una presenza costante delle forze dell’ordine. La carenza di personale sanitario e la pressione sui servizi di emergenza contribuiscono ad aumentare il livello di tensione nei reparti.
Paura di denuciare e sfiducia nelle istituzioni
Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda il forte sommerso che caratterizza il fenomeno. Molti episodi di violenza non vengono denunciati. Gli infermieri spesso rinunciano a segnalare aggressioni verbali o fisiche per timore di conseguenze sul lavoro, per sfiducia nella possibilità di ottenere tutela o perché considerano ormai queste situazioni parte della quotidianità professionale. Secondo Nursing Up questa situazione rischia di trasformare la violenza in un fenomeno progressivamente normalizzato nei luoghi di cura. Il sindacato ricorda inoltre che, in base all’articolo 2087 del Codice civile e alla normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008), le aziende sanitarie, in quanto datori di lavoro, hanno la responsabilità di garantire l’incolumità e la sicurezza dei propri dipendenti.
Servono leggi per impedire che questi episodi avvengano"
Nel 2020 il Parlamento ha approvato la Legge 14 agosto 2020 n.113, che ha rafforzato le tutele penali contro le aggressioni al personale sanitario introducendo aggravanti specifiche e intervenendo sull’articolo 583-quater del codice penale. Secondo Nursing Up, tuttavia, l’intervento normativo ha avuto un effetto soprattutto sul piano repressivo. "L’inasprimento delle pene è importante ma interviene dopo l’aggressione – osserva De Palma (Nursing Up) –. Il vero problema è impedire che questi episodi avvengano".
Negli ultimi anni molte strutture sanitarie hanno introdotto sistemi come pulsanti antipanico, braccialetti di allarme e sistemi di videosorveglianza, "Strumenti che non affrontano le cause strutturali della violenza nei reparti, soprattutto nei contesti più esposti" denuncia il sindacato.
Un altro punto critico riguarda il ruolo delle aziende sanitarie nei procedimenti giudiziari. La legge 113 del 2020 non ha introdotto l’obbligo per le aziende sanitarie di costituirsi parte civile nei processi per aggressioni contro operatori sanitari, lasciando alle singole amministrazioni la scelta se partecipare o meno ai procedimenti. Per Nursing Up una norma che renda obbligatoria la costituzione di parte civile rappresenterebbe un segnale concreto di tutela istituzionale.
In diverse strutture ospedaliere la sicurezza è affidata a servizi di vigilanza privata. Secondo la normativa vigente prevista dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Regio Decreto 773/1931), le guardie giurate operano principalmente per la tutela dei beni e del patrimonio della struttura e non dispongono degli stessi poteri delle forze di polizia. Per questo motivo la vigilanza privata può rappresentare un supporto ma non può sostituire la presenza delle forze dell’ordine nei contesti più critici.
"Ci sono operatori sanitari che lavorano letteralmente da soli in contesti ad altissima tensione - sottolinea Ceccarelli (Coina) -. E quando succede qualcosa di grave, la domanda resta sempre la stessa: chi li protegge davvero? La violenza non nasce dal nulla, è il prodotto di un sistema sanitario in difficoltà, con pronto soccorso sovraffollati, liste d’attesa interminabili, territori senza servizi e cittadini esasperati. La violenza contro gli operatori sanitari è il sintomo di una sanità territoriale che non funziona, di pronto soccorso sovraccarichi e di professionisti lasciati soli. Finché non si investirà seriamente nella medicina di prossimità, nell’assistenza territoriale e nel rafforzamento degli organici, ogni misura resterà un semplice cerotto su una ferita che continua ad allargarsi".
“È inaccettabile che chi si dedica alla cura delle persone diventi il bersaglio della frustrazione, della rabbia o dell’inciviltà di pochi. Aggredire un operatore sanitario significa colpire l’intero sistema e minare il diritto alla salute di tutti - dice Giuliano (Ugl Salute) -. La Giornata del 12 marzo deve essere non solo un momento di riflessione, ma soprattutto l’occasione per affermare un principio semplice e imprescindibile: chi cura deve essere tutelato. Servono rispetto, educazione civica e tolleranza zero verso ogni forma di violenza, la sicurezza degli operatori sanitari non è negoziabile e deve diventare una priorità assoluta e non più rinviabile”.