Referendum, i veri obbiettivi della riforma
21 March 2026
Cuneo
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo ci chiede di approvare o respingere una riforma che, modificando sette articoli della Costituzione, vuole separare totalmente la magistratura giudicante (i giudici che emettono le sentenze) da quella requirente (i pubblici ministeri che conducono le indagini e sostengono l’accusa). Se vincerà il Sì, chi intraprende una delle due carriere non potrà mai più passare all’altra, come può fare oggi (anche se i casi sono pochissimi ogni anno).
In linea con questa separazione, la riforma crea due distinti Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Viene infine costituita una nuova Alta Corte disciplinare con il compito di giudicare eventuali illeciti di entrambe le carriere.
I cambiamenti introdotti sono chiari, non altrettanto, anzi piuttosto nebulosi e contraddittori, gli effetti concreti sulla futura amministrazione della giustizia.
I favorevoli ritengono che la riforma garantisca meglio la terzietà del giudice, evitando qualsiasi “vicinanza” professionale tra chi accusa e chi deve giudicare imparzialmente. I contrari sostengono che separare i pubblici ministeri dal corpo della magistratura possa isolarli, renderli autoreferenziali, una sorta di “super-poliziotti”, esponendoli ad un futuro controllo da parte del potere politico.
Non è di aiuto la chiassosa radicalizzazione delle posizioni tra i sostenitori del Sì e del No, che ne hanno fatto una riduzione in chiave politica: chi sta con il governo vota Sì, chi sta all’opposizione vota No.
Da una parte si identifica la politica come vittima dei giudici (“ci impediscono di governare” è l’accusa della Meloni), dall’altra i magistrati sono esaltati come ultimi difensori della legalità. Due caricature lontane dalla realtà.
Il discredito della politica ha radici ben più profonde e lontane: prassi di corruzione, abitudine a promettere senza mantenere (si pensi alle accise o alle pensioni), incapacità ad affrontare i problemi reali dei cittadini (si pensi alla sanità) e clientelismo. Il sistema della giustizia, per contro, ha problemi seri: processi che non finiscono mai e vanno in prescrizione, inefficienze, casi di corruzione.
Ma se la politica non riesce a governare come dovrebbe, e lo deve fare nel pieno rispetto di tutte le leggi come ogni altro cittadino, l’ostacolo non è la magistratura che deve soltanto applicare le leggi (dalla Costituzione in giù) che la politica redige. L’indipendenza dei magistrati è anzi garanzia di una politica sana e onesta e pilastro fondamentale di democrazia. Dove non è pienamente indipendente fioriscono i casi di diritti misconosciuti o calpestati impunemente. Gli esempi li abbiamo sotto i nostri occhi anche in paesi democratici (dall’Ungheria agli Stati Uniti) oltre che nelle dittature (Russia e Cina) dove la magistratura è sottomessa al potere politico.
La riforma sostiene di voler preservare questa autonomia, ma nei cambiamenti che introduce lascia vuoti e dubbi che è bene non sottovalutare.
Il primo nasce dal percorso della riforma. Predisposta dal governo è stata portata “blindata” al voto delle due camere, approvata dalla sola maggioranza, senza emendamenti e senza alcuna discussione. Ed è il peccato originale di questa riforma. La modifica di equilibri costituzionali non può prescindere dal confronto anche duro ma che coinvolga sostenitori e contrari in un dialogo leale e trasparente. L’approvazione a maggioranza, senza discussione, ha generato una contrapposizione sterile, non a caso infarcita di insulti e denigrazioni, non solo tra gli schieramenti politici ma anche fra i cittadini trasformati in tifosi del Sì o del No. La nuova legge è percepita come una imposizione autoritaria di parte, quasi un “abuso di democrazia”, che difficilmente potrà diventare patrimonio comune come dev’essere per le leggi che regolano da vita di tutti i cittadini e non soltanto della parte che ha vinto le elezioni. Se poi a votare dovesse andare meno della metà degli italiani, la vittoria del Sì o del No potrebbe essere decisa da una piccola minoranza di cittadini (un quarto o forse anche meno).
Un secondo punto critico è il sorteggio dei componenti dei due CSM. I membri togati (i magistrati) che sono i due terzi del consiglio, sarebbero estratti a sorte tra tutti i magistrati (circa 10.000), mentre i membri laici (i politici) sarebbero sorteggiati tra un ristretto numero di professori universitari, avvocati ed esperti, selezionati dalla politica ed eletti dal parlamento in seduta congiunta. Se a votarli fosse la sola maggioranza, potrebbero risultare tutti della stessa area politica. Il ministro Nordio assicura che verrà rispettato il diritto delle minoranze ad avere i propri rappresentanti, ma la sua è solo una promessa, ad oggi non supportata da alcuna norma di legge.
I due CSM saranno quindi costituiti da componenti laici e togati eletti con criteri diversi che consentono a chi governa un privilegio non consentito ai magistrati.
Sorteggiare i togati tra tutti i magistrati significa non riconoscere ai magistrati la libertà di eleggere fra di loro quelli che ritengono più validi e capaci. In spregio ad ogni principio democratico e al più semplice principio meritocratico a cui questo governo dice di ispirare le sue scelte. L’estrazione a sorte è buona per le lotterie non certo per la scelta dei supremi magistrati come non lo è per scegliere i dirigenti di qualsiasi associazione di categoria. Senza contare che dal sorteggio potrebbero emergere soltanto uomini o soltanto donne.
Critica e contraddittoria appare anche la ridefinizione delle funzioni. Oggi, l’unico CSM decide assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari sia dei giudici che dei pubblici ministeri. L’insieme di queste funzioni, dove giudici e pubblici ministeri si formano nella stessa cultura della giustizia, definisce l’indipendenza e l’unitarietà complessiva della Magistratura sotto la presidenza del Capo dello Stato che ne garantisce gli equilibri.
La nuova legge nel creare due CSM separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, sottrae ad essi la funzione disciplinare per affidarla ad un nuovo organismo fino ad oggi inesistente: l’Alta Corte. Che non sarà più presieduta dal Capo dello Stato ma da un eletto tra i membri della stessa Corte, con un peso non paragonabile a quello del Presidente della Repubblica.
Il punto più contraddittorio è la composizione dell’Alta Corte: 15 seggi, di cui 9 ai togati e 6 ai laici. Dei 6 laici, 3 saranno scelti dal Presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte da un elenco ristretto votato dal Parlamento. I 9 togati verranno estratti a sorte: 6 tra i giudici, 3 tra i pubblici ministeri. Divisi nelle funzioni e nei rispettivi CSM, giudici e pubblici ministeri tornerebbero così insieme nell’Alta Corte. Per giudicare colleghi di entrambe le carriere con i quali hanno lavorato fianco a fianco. Se stando insieme nell’unico Csm potevano proteggersi a vicenda perché non potrebbero farlo nella nuova Alta Corte?
Che la riforma, procedendo per divisioni e sottrazioni, voglia modificare l’architettura costituzionale non per migliorare l’efficienza della giustizia ma per “addomesticare” la Magistratura, diventa più che un sospetto.
Ed è per questo che il referendum da questione tecnica è giustamente diventato questione politica.
Nel segreto dell’urna, tocca a noi discernere e decidere quale delle due strade imboccare.